L’intelligenza artificiale e il mito della fatica utile

Qualche giorno fa ho letto un post su LinkedIn che mi ha fatto riflettere.

L’autore sosteneva che l’intelligenza artificiale ci sta facendo risparmiare una quantità enorme di tempo e fatica. Ma aggiungeva un’osservazione interessante: una parte di quella fatica ci serviva.

Scrivere un libro, preparare una lezione, costruire un progetto ci costringono a ragionare, mettere ordine nelle idee e correggere gli errori. Se deleghiamo tutto all’intelligenza artificiale, rischiamo di perdere le competenze che avremmo sviluppato durante il percorso.

Il ragionamento ha un suo fondamento. Eppure qualcosa non mi convinceva.

Siamo proprio sicuri che tutta quella fatica fosse necessaria?

La fatica non è una prova di merito

Ci portiamo dietro una convinzione culturale molto radicata: se non fai fatica, il risultato vale meno.

È un’idea che riconosco anche in me stessa. Per molto tempo ho associato la possibilità di guadagnare di più alla necessità di lavorare di più.

Ma se il guadagno fosse proporzionale alla fatica, i minatori sarebbero tra le persone più ricche del mondo.

Non voglio eliminare l’impegno. Voglio smettere di considerare la fatica una prova di merito.

La fatica può essere una parte del percorso, ma non è il suo scopo. E qualche volta possiamo persino divertirci un sacco.

Ho trascorso molti fine settimana frequentando corsi di formazione. Qualcuno mi chiedeva perché scegliessi di passare il sabato e la domenica in aula.

Semplicemente perché mi piaceva.

Imparavo cose nuove, incontravo persone interessanti, mi confrontavo con idee diverse. Tornavo a casa magari stanca, ma soddisfatta.

Non avevo imparato meno perché mi ero divertita.

Quando l’AI ti aiuta a pensare meglio

Negli ultimi mesi ho utilizzato molto l’intelligenza artificiale per preparare lezioni e interventi pubblici.

Un esempio è il corso sugli ETF che ho tenuto quest’anno.

Conoscevo già la materia. La difficoltà era trasformare anni di esperienza in un percorso ordinato, comprensibile ed efficace.

L’AI mi ha aiutata soprattutto a strutturare il pensiero: organizzare gli argomenti, trovare una sequenza logica, raffinare le spiegazioni e rendere semplici concetti complessi.

Senza questo supporto avrei impiegato molto più tempo e probabilmente sarei stata meno sicura del risultato.

Non ho delegato la comprensione degli argomenti. Ho organizzato meglio quello che sapevo.

Mi succede qualcosa di simile quando preparo gli speech per Toastmasters, l’associazione internazionale dedicata alla comunicazione e alla leadership.

Anche in un discorso di sei minuti, a volte mi perdo nella parte centrale. Il confronto con l’AI mi aiuta a ritrovare il filo conduttore e a individuare i passaggi meno efficaci.

È come avere sempre qualcuno con cui confrontarsi. Non sostituisce un evaluator umano, soprattutto per gli aspetti legati alla presenza scenica, ma è un supporto prezioso per lavorare sulle idee.

E rende il processo meno faticoso, senza renderlo meno serio.

Il bambino che recita la poesia

C’è però un limite fondamentale: preparare un contenuto non significa padroneggiarlo.

L’intelligenza artificiale può aiutarti a costruire una presentazione eccellente anche su un argomento che conosci poco.

Puoi imparare a ripeterla perfettamente. Poi arriva una domanda imprevista, qualcuno cambia la scaletta, la discussione prende una direzione diversa.

Ed emerge la differenza tra chi conosce davvero l’argomento e chi ha soltanto imparato un testo.

Nel mio corso ETF è successo proprio questo: la scaletta è cambiata durante la giornata e ho dovuto adattare il mio intervento a ciò che era stato effettivamente spiegato.

Non avrei potuto farlo senza conoscere la materia.

Lo stesso vale per gli speech. Anche senza domande impreviste, se non ci metti qualcosa di tuo, della tua esperienza e della tua personalità, rischi di ottenere un testo formalmente corretto ma poco coinvolgente.

Altrimenti sembri il bambino che recita la poesia davanti alla maestra.

L’AI può aiutarti a trovare le parole. Ma non può sostituire ciò che hai da dire, perché è unico e solo tuo.

Le risposte sono accessibili. La competenza è un’altra cosa.

Qualche giorno fa, con una cliente, abbiamo parlato della possibilità di ottenere un finanziamento utilizzando un portafoglio di investimenti come garanzia.

Avrebbe potuto chiedere spiegazioni all’AI. Ma prima doveva sapere che quella possibilità esisteva.

Ed è qui che entra in gioco la competenza.

Non basta avere accesso alle risposte. Bisogna sapere quali domande porre, comprenderle, verificarle e capire se sono applicabili alla propria situazione.

A volte serve esperienza anche solo per riconoscere un’opportunità che non avevamo considerato.

È una delle ragioni per cui considero così importante la formazione: un buon insegnante non si limita a fornire risposte, ma ti aiuta a scoprire quali domande vale la pena fare.

Allora, quale fatica vale la pena fare?

Non credo che l’intelligenza artificiale debba risparmiarci ogni difficoltà. Ci sono passaggi che dobbiamo attraversare personalmente per sviluppare competenza, esperienza e capacità di giudizio.

Ma perché continuare a fare manualmente tutto quello che uno strumento può aiutarci a fare meglio?

Se posso dedicare meno tempo a cercare una struttura e più tempo alla qualità delle mie idee, non sto necessariamente imparando meno.

E se lungo il percorso mi diverto, tanto meglio.

Forse dovremmo smettere di misurare il valore di ciò che facciamo attraverso la fatica che ci è costata, e guardare di più alla qualità del pensiero, alle competenze sviluppate e ai risultati ottenuti.

L’intelligenza artificiale rende le risposte molto più accessibili. Ma questo non rende automaticamente accessibile la competenza necessaria per utilizzarle bene.

E anche la capacità di riconoscere una buona soluzione è, di per sé, una competenza.